Susan Collins, alla guida della Federal Reserve Bank di Boston, ha dichiarato che sosterrebbe un aumento dei tassi di interesse della banca centrale statunitense a settembre nel caso in cui l’inflazione americana restasse elevata. La posizione, così come riportata dal Financial Times nel materiale disponibile, è quindi condizionata all’evoluzione dei prezzi e non equivale all’annuncio di una decisione già presa.
Il riferimento alle difficoltà delle famiglie americane meno abbienti aggiunge un elemento sociale al dibattito. I nuclei con redditi più bassi sono generalmente più esposti all’aumento dei prezzi dei beni essenziali e hanno meno margini per assorbire rate, affitti e altre spese. Tuttavia, il testo fornito non riporta dati quantitativi, esempi concreti né una valutazione completa della situazione dei consumatori statunitensi.
Un rialzo dei tassi negli Stati Uniti renderebbe potenzialmente più costoso il credito in dollari e potrebbe influenzare i mercati obbligazionari, i cambi e le aspettative degli investitori. L’effetto effettivo dipenderebbe dalle motivazioni della decisione, dalla sua entità e dal modo in cui verrebbe comunicata dalla Federal Reserve.
Per l’Italia non ci sarebbe un collegamento automatico con i tassi applicati a mutui e prestiti. Le condizioni del credito dipendono soprattutto dalle decisioni della Banca centrale europea, dai tassi di mercato nell’area euro e dal rischio percepito dalle banche. Un eventuale irrigidimento finanziario globale potrebbe però riflettersi indirettamente sul costo della raccolta e sulla cautela degli istituti di credito.
Le informazioni disponibili non permettono di indicare né la probabilità di un rialzo a settembre né la sua eventuale misura. Non sono inoltre riportati nell’estratto i dati sull’inflazione a cui Collins fa riferimento, né dettagli sulle altre posizioni all’interno della Federal Reserve. Ogni valutazione sugli effetti per famiglie e imprese deve quindi restare prudente.
Il commento di Andrea Cicero
Il messaggio di Susan Collins è chiaro, ma non definitivo: se i prezzi negli Stati Uniti continueranno a correre, la Fed potrebbe scegliere di rendere il denaro ancora più costoso. È un modo per raffreddare l’economia e provare a frenare l’inflazione, anche se tassi più alti possono pesare sulle famiglie che devono chiedere un prestito o rinnovare un finanziamento.
Il punto più delicato riguarda le persone con redditi più bassi, che hanno meno possibilità di assorbire aumenti di spesa e rate più onerose. La lotta all’inflazione può quindi avere effetti diversi a seconda della situazione economica dei nuclei familiari.
Per chi vive in Italia, non significa che i mutui aumenteranno automaticamente. A incidere direttamente sono soprattutto la BCE e i mercati dell’euro. Tuttavia, una Fed più severa potrebbe aumentare la cautela degli investitori e delle banche a livello internazionale: in quel caso, famiglie e imprese potrebbero trovare condizioni di credito un po’ meno favorevoli, ma al momento non ci sono elementi sufficienti per quantificare questo possibile effetto.